Largo Abate Ferrara

Largo Abate Ferrara

Strada Provinciale 8iii, 101, 95039 Trecastagni CT, Italia

Trecastagni > Largo Abate Ferrara

Questa piazzetta semicircolare fu realizzata nel 1887 a perpetua memoria di Francesco Ferrara (1767-1850), sacerdote e illustre scienziato trecastagnese.

Sorge nel cuore del centro storico, sulla “strada maestra”, dove i borghesi e i professionisti elevarono sontuose dimore ottocentesche, tra portali, finestre, cornici e balconi in pietra lavica e bianca. Questa piazzetta semicircolare con un monumento al centro, posta tra due rampe della monumentale scalinata della Chiesa Madre, fu realizzata nel 1887 a perpetua memoria di Francesco Ferrara (1767-1850), sacerdote e illustre scienziato trecastagnese.

Di umili origini, nel 1786 ottenne la laurea in filosofia e medicina, studiando allo stesso tempo matematica, architettura, botanica, chimica, lingua e letteratura greca. Ordinato sacerdote nel 1792, nel 1801 assistette al battesimo di Vincenzo Bellini. Ebbe la cattedra di Fisica all’Università di Catania; poi quella di Storia naturale a Palermo. Rientrato ai piedi dell’Etna, ricevette la cattedra di Lingua greca e di Archeologia. In riconoscimento per i servizi resi alla scienza fu insignito da Francesco I  del Reale Ordine e del titolo di Regio Storiografo della Sicilia. Fu membro di varie Accademie in Europa e in America e Regio intendente delle antichità di Sicilia. Fu chiamato «il Plinio siciliano».

In quest’angolo caratteristico e intimo di Trecastagni, i forti dislivelli tra il piano stradale e la collina della Matrice hanno creato un grande effetto scenografico e ambientale convergente verso la chiesa, armonizzato dalle piccole abitazioni adiacenti.

Percorrendo queste strade che un tempo erano fiancheggiate soltanto di vigne e da rustici casolari e che adesso sono gremite di ville e villinetti (…) ripensavo agli anni della mia infanzia quando si veniva su in questi paesetti in carrozza; erano ore e ore di cammino, in certi punti di salita troppo ripida bisognava scendere perché il cavallo non ce la faceva e talvolta il cocchiere l’aiutava spingendo anche lui le stanghe della carrozza.

Da Diario Siciliano di Ercole Patti

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